Rebranding post-crisi: gli errori da evitare
Rebranding post-crisi: gli errori da evitare C’è un momento esatto in cui vale la pena
Che cosa succede quando un marchio prende posizione su un tema sociale, politico o ambientale? Succede che si espone. Si assume un rischio. Ma vuol dire anche che si trasforma da semplice fornitore di beni o servizi a voce nella conversazione pubblica. Poiché ogni brand è osservato, valutato, interrogato anche sul piano etico, l’attivismo non è più un territorio esclusivo delle ONG o dei movimenti civici. È diventato, per molti, una dimensione strategica. Una forma di comunicazione identitaria. Una mossa coraggiosa, a volte necessaria, a volte maldestra. La domanda, allora, non è più se un brand possa prendere posizione, ma quando dovrebbe farlo, e quando, invece, dovrebbe fermarsi. Negli ultimi anni, il concetto di brand activism ha guadagnato proprio per quanto detto prima una centralità quasi inevitabile e non esiste più un’azienda, grande o piccola, che possa permettersi di essere “neutrale” senza pagarne le conseguenze. Il silenzio, soprattutto in alcuni contesti sociali, può essere interpretato come complicità o (al contrario) totale e allarmante disinteresse. Ma anche una voce fuori luogo, troppo opportunistica o incoerente, può scatenare ondate di indignazione. È un campo minato. Una terra fragile, da attraversare con una bussola chiara: quella dell’autenticità. Perché prendere posizione significa, soprattutto, essere disposti a sostenere con i fatti ciò che si proclama con le parole.
Il vero dilemma che molte aziende si trovano ad affrontare è “da dove si parla”, da quale prospettiva, anche. Un brand può davvero parlare di diritti civili, di inclusione, di ambiente, se all’interno della propria organizzazione pratica tutt’altro? È in questo scarto tra dichiarazione pubblica e realtà interna che si gioca la partita della credibilità. Senza un’autentica adesione tra ciò che si è e quello che si dice non può esserci veridicità. Le persone, oggi, sono più attente che mai. Scavano, verificano, commentano, denunciano. E se percepiscono che l’attivismo di un’azienda è solo una verniciatura, reagiscono. Proprio per questo parlare in termini di brand activism richiede una certa dose di atteggiamento prudenziale.
Quando una marca decide di parlare pubblicamente di un tema sensibile, deve prima aver compiuto un percorso interno di “cultura”, formato i propri dipendenti, allineato le proprie pratiche, corretto eventuali incongruenze. L’attivismo vero, e che funziona, è quello che nasce da un’identità che, prima di essere comunicata, è stata vissuta. Al contrario, il problema sorge quando l’attivismo viene scelto come leva di marketing, magari per cavalcare trend, essere presenti durante date simboliche, o se si fa uso di hashtag globali solo per intercettare l’attenzione del pubblico. L’attivismo di superficie, quello che si manifesta magari il 25 Dicembre e poi scompare per 364 giorni, ha un nome preciso: è woke-washing. Ed è uno dei rischi più gravi per chi opera nel campo della comunicazione. Perché le persone non dimenticano. I brand che vogliono entrare nel campo dell’attivismo devono sapere che questo significa anche restare, quando la visibilità si spegne. Sostenere cause senza calcolo. Finanziarle. Difenderle. Anche quando non fa notizia. Anche quando non conviene. C’è poi un altro aspetto, più sottile ma non meno rilevante: la capacità di leggere il contesto. Non tutti i momenti sono adatti per prendere parola. Non tutti i temi possono essere trattati da tutti. Ogni brand ha una sua legittimità narrativa, che dipende dalla storia personale, dal posizionamento, dai valori fondanti. Per questo motivo, è fondamentale stabilire un quadro valoriale stabile. Il brand activism non è un insieme di opinioni. È un orientamento profondo che guida tutte le scelte, non solo quelle comunicative. Va a toccare i fornitori, la governance, le policy interne, il modo di fare formazione, la relazione con il territorio. Quando un’azienda prende posizione in modo autentico, i suoi interlocutori se ne accorgono. E rispondono, spesso, con affetto. L’attivismo diventa così un ponte, non una vetrina. Un luogo in cui le persone si riconoscono. Non serve essere perfetti, ma coerenti. Non serve dire tutto, ma dire il vero.
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Se però si generalizza e banalizza l’attivismo come una moneta di scambio nella comunicazione dei brand, il silenzio diventa percepito quasi come una assenza, peggio ancora una colpa. Ma non sempre tacere significa sottrarsi. Anzi, in alcuni casi, scegliere di non intervenire su un tema è un atto di responsabilità e di rispetto. Esiste infatti una differenza abissale tra il disimpegno e la consapevolezza dei propri limiti ed un’azienda può riconoscere di non avere competenze, esperienza o legittimità per parlare di una certa questione. Può decidere di ascoltare, invece di occupare lo spazio. E può farlo senza doversi vergognare, perché la credibilità nasce anche da ciò che si sceglie di non dire.
Ci sono, ovviamente, contesti in cui il silenzio è imperdonabile. E compito (etico) di ciascuna azienda sta proprio in questa capacità sana di interrogarsi prima di tutto sul proprio ruolo, sul proprio impatto, sul proprio potere di intervento. A volte è molto meglio agire dietro le quinte, sostenere iniziative, finanziare progetti, promuovere alleanze. Pur restando in silenzio, non esponendosi utilizzando parole come scorciatoie per la benevolenza del pubblico. Il silenzio, se abbinato a un’azione concreta, può essere persino più potente di uno slogan. Eppure, nella comunicazione contemporanea, questo equilibrio è difficile da sostenere e si richiedono (impongono) velocità, visibilità, reattività. E spesso il dibattito viene trasformato e tradotto in polarizzazione. Sei con o contro. Ma il mondo reale è più sfumato. E i brand che pretendono di interpretarlo con una logica binaria rischiano di semplificare troppo. Non tutti i temi si prestano a una presa di posizione chiara. Non tutte le cause possono essere sostenute con la stessa intensità. E soprattutto: non ogni marchio ha la struttura per farlo. In questi casi, il silenzio non è un disimpegno, ma una sospensione. Un tempo necessario per ascoltare, studiare, formarsi, costruire un punto di vista autentico. Ed è proprio in questo spazio di riflessione che il brand può crescere, invece di esporsi per convenienza. In linea di massima, in questi casi, un brand comunica la propria scelta di ascoltare. Questa comunicazione dell’umiltà, se sincera, viene spesso accolta con rispetto. Per questo motivo, la domanda che ogni brand dovrebbe porsi non è: “Che cosa possiamo dire su questo tema?”, ma piuttosto: “Abbiamo il diritto, la credibilità, la profondità per parlarne?”. Se la risposta è no, non c’è vergogna. Solo intelligenza. E se la risposta è sì, allora che sia una parola fondata, costruita, coerente. Che arrivi dopo il silenzio, non al suo posto.
Si capisce bene, allora, come e quanto ogni parola pubblica possa assumere la forma di una dichiarazione valoriale, e in virtù di questa considerazione l’attivismo di brand non può più essere visto come una semplice estensione del piano editoriale: è, piuttosto, un’esposizione intenzionale che chiama in causa la coerenza più profonda dell’identità aziendale. In questo delicatissimo equilibrio ad alta sensibilità sociale, l’intervento di un ufficio stampa strategico non si limita a “veicolare messaggi”, ma si configura come un dispositivo critico di regia e discernimento, in grado di orientare l’impresa lungo la linea sottile che separa la presa di parola legittima dall’opportunismo comunicativo. È l’ufficio stampa, infatti, a detenere quel ruolo interstiziale e complessissimo che consente di rispondere alla domanda fondamentale: questa azienda ha titolo per dire ciò che vuole dire? E soprattutto: ha già agito in coerenza con ciò che intende affermare?
Non è più tempo di dichiarazioni a effetto, di posture simboliche appiccicate a campagne stagionali o hashtag globali. Ed è proprio per evitare questo cortocircuito che un ufficio stampa ben strutturato si rivela essenziale come coscienza organizzativa temporanea, in grado di mettere in relazione le istanze reputazionali con la verità profonda del brand. Saper leggere il tempo, scegliere il tono, valutare l’opportunità, sospendere la pubblicazione, suggerire un ritiro o al contrario sostenere una posizione anche impopolare: sono tutte azioni che richiedono sensibilità culturale, visione sistemica e capacità di gestione del rischio. È questo il contributo dell’ufficio stampa quando opera davvero come presidio strategico. Perché ci sono momenti in cui parlare è un dovere, e altri in cui il vero atto di responsabilità è tacere. E solo chi conosce intimamente il tessuto valoriale dell’organizzazione, le sue vulnerabilità e le sue potenzialità, può decidere con lucidità quale voce dare, e soprattutto quando farlo. Nel brand activism autentico, infatti, non esiste parola che non sia preceduta da una scelta. E nessuna scelta può reggere se non affonda le sue radici nella verità.
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